Quando la mia mostra, Incontri, è arrivata alla Fabbrica del Vapore, alla fine del ‘23, portava con sé un set fotografico, la Caverna Magica, a disposizione di quanti desideravano un ritratto fatto da me. Ritratti fatti sul posto, di persone ordinarie (o meno), milanesi che hanno man mano dato corpo all’idea di una nuova mostra, Gli occhi di Milano, e alla possibilità di arricchire i volti della Caverna con dei cosiddetti ritratti sospesi, ovvero realizzati pro bono per dare una rappresentazione a persone altrimenti invisibili. Ho preso contatto con diverse associazioni e un’amica, Erika Urban, mi ha parlato di VIDAS come uno dei destinatari possibili dell’iniziativa. Il progetto ha preso più tempo di quanto preventivato a causa di un infortunio piuttosto grave che ho avuto a inizio 2024, ma VIDAS mi è sembrata, anche per l’entusiasmo con cui sono stato accolto, perfetta.
Avevo, diversi anni fa, lavorato su un progetto fotografico legato agli ospedali della provincia milanese, così mi ero già confrontato con la realtà ospedaliera – e mi ero trovato molto bene. Entrando in un ospedale o in un hospice il confronto è con la vita vera, quella che non è tutti i giorni sotto i riflettori mediatici. Lo trovo salutare per me, una materia diversa da quella dei ritratti a personaggi famosi che sono stati oggetto del mio lavoro per oltre quarant’anni.
La risposta entusiastica di VIDAS ha dato forma a un’avventura, a un racconto.
Abbiamo passato giorni a incontrare assistiti, caregiver, operatori, genitori, bambini, adulti. Io sono sempre stato interessato alle storie e ogni foto, ogni ritratto che realizzo dovrebbe, nelle mie intenzioni, e nel mio desiderio, raccontare una storia, anche solo con uno sguardo.
Non serve che le foto siano descrittive. Ci si può immergere in un volto, in uno sguardo, uno stato d’animo, un’intenzione. E lì, forse, si riesce a cogliere un po’ di trasversalità, a rendere una foto un poco più universale. Fotografare è da sempre il desiderio di poter guardare le persone, in quanto ritrattista, con calma – perché, in effetti, non si può fissare qualcuno oltre un certo tempo senza generare sospetto, o timore. Lo sguardo del fotografo, all’opposto, è il tentativo di conoscerle, scoprire qualcosa di loro attraverso la fotografia. Anche quando la riguardo e provo a connettermi con quello che ho fissato. Nel momento in cui fissi una memoria, che la persona abbia davanti un’autostrada o solo qualche casello, non fa granché differenza. L’empatia del ritratto permette di specchiarsi nell’altro, vivere e, persino, risolvere le tue paure, i timori, le timidezze, le cautele, rilevandole nell’altro. Nel confronto con le persone – e avendo io una certa età – mi relaziono a qualcosa che è parte del mio futuro.
Ritrarre anche bambini, con malattie congenite, spesso già presenti alla nascita, mi ha riportato al coraggio dei genitori. Una malattia, che sia la propria e vissuta in prima persona o quella di un altro vicino, è sempre una sfida. A tirar fuori il meglio di noi e, soprattutto, la voglia di vivere. Osservo i genitori sotto questo aspetto, cercando di vedere quanto sono vitali e quanto lo rimangano anche dopo che il figlio è mancato. Il mio scatto certo non colma un’assenza, ma può avere una funzione consolatoria, che non è nelle mie intenzioni, ma è nella natura stessa della fotografia.
Mi ha emozionato incontrare un paziente come Cosimo, che in Casa VIDAS è curato in un bellissimo spazio, ma non ha nessuno e affronta questo finale di partita completamente solo. Questo signore non si è sposato, non ha avuto figli, è arrivato dalla Sardegna per lavorare a Milano e adesso è in dirittura di arrivo solo con i suoi pensieri, circondato da voi, dai caregiver che non sempre, però, stanno con lui e sono lì a sollevarlo.
Durante il primo lockdown, a primavera 2020, mi sono interrogato su che cosa dovesse, e si potesse, comunicare (con) la fotografia. Eravamo bombardati di immagini di operatori sanitari dentro gli ospedali, i visi coperti dalle mascherine e i segni della sofferenza sui loro corpi. Ricordo il progetto del francese Antoine d’Agata, decine di scatti fatti con una termocamera per le strade o, ancora, in corsia. Potenti e, lo stesso, mi mancava qualcosa. Ripenso ai selfie delle persone dentro casa. Scene di tutti i giorni, niente che restituisse la profondità di quel accadeva.
Mi chiedevo: come si raccontano le piccole storie e le persone che non sono legate all’emergenza? Mi ci sono arrovellato senza trovare risposta, sentivo un cortocircuito nella fotografia stessa.
Un paio d’anni dopo, in occasione della mia prima antologica ad Ancona, abbiamo inaugurato la Caverna Magica e ho capito. Le persone portavano dentro, con le loro storie, le emozioni, e il desiderio di ritrovare una fisicità e un’immediatezza nei rapporti. È diventata questa la cifra della Caverna così come dei ritratti sospesi. Guardare le piccole storie.
Nella devastazione che producono ogni giorno su di noi notizie sempre più drammatiche e minacciose, disperanti, rischiamo di dimenticare che le nostre storie sono le stesse del nostro vicino e di altri sconosciuti con cui possiamo identificarci. Vado a cercarle, negli sguardi che raccontano cosa attraversa una coppia, una famiglia, due fratellini. Ecco, questo mi appassiona, piuttosto che continuare a inseguire, su uno o l’altro schermo, le notizie strillate dai media. Mentre tutto esplode io vado a vedere cosa sta succedendo nella micro-realtà del nostro quotidiano.
Questo articolo è tratto dal Notizario “Insieme a VIDAS”.
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